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I NUOVI ASSETTI PROPRIETARI DELLA SERIE A
La fotografia degli attuali assetti proprietari della Serie A è il frutto di un processo in profonda trasformazione in atto da oltre un decennio. Il modello tradizionale cui eravamo abituati dal dopoguerra, concentrato sulla figura del mecenate-imprenditore italiano, ha progressivamente perso sostenibilità, alla luce dell’aumento dei costi e della crescente competizione internazionale. Vieppiù che, almeno per quanto riguarda l’Italia, si ha una persistente inadeguatezza delle infrastrutture sportive e una crisi economica accelerata, nel settore, dalla crisi pandemica , che ha portato ad una contrazione significativa dei ricavi e imposto alle squadre una revisione dei propri assetti economico-finanziari.
In questo scenario di fragilità sistemica gli unici a manifestare ancora interesse per il settore non potevano che essere i fondi di private equity, cui l’Italia ha offerto una finestra d’accesso a condizioni di ingresso interessanti, considerando l’indebitamento di ogni squadra di serie A, che può consentire a questi fondi una opportunità di ottimizzazione gestionale.
Questo ha portato che oggi più della metà delle società di Serie A sono finanziate da capitali esteri, provenienti da fondi di private equity, veicoli di private debt, club deal o soggetti individuali dalle grandi disponibilità. In questo scenario, dominano gli Usa, perché gli USA gestiscono oltre il 60% del capitale gestito da fondi di private equity, e in particolare proprio quelli specializzati nel settore sportivo: Vieppiù che negli USA si sta dando particolare rilevanza alla popolarità del calcio nel mercato americano, testimoniata dai grandi investimenti televisivi per l’acquisizione dei diritti della Champions e per l’organizzazione, insieme a Messico e Canada, dei Mondiali 2026.
In Serie A la quota di capitali provenienti da Oltreoceano è più alta della media europea. Convince l’investimento anche il fatto che la stragrande parte degli stati non sono privati, oltre alla possibilità di incentivare attività parallele di licensing e merchandising , creando nuovi punti vendita fisici e digitali, ed espandendo i brand calcistici con partnership con il mondo della moda e del lusso. Infine, anche la possibilità di coniugare l’attività degli sport elettronici, legati al mondo della serie A, per il coinvolgimento delle nuove generazioni, alle quali offrire anche l’organizzazione di eventi digitali attraverso il coinvolgimento di creator e influencer che possano consentire un nuovo modi di vivere il “tifo” e nuove fonti di ricavi, che vadano ben oltre le già note sponsorizzazioni e diritti di immagine.
Se questa presenza nordamericana possa o meno portare venti di novità piacevoli è tutto da scoprire, certamente non era più sostenibile il vecchio modello, che però rappresentava la garanzia della salvaguardia di quelle peculiarità culturali che hanno fatto grande il calcio.
Come già dichiarato da altri esperti del settore, la questione diventa ora politica: l’evoluzione verso un modello calcistico moderno più competitivo deve comunque confrontarsi con l’importanza sociale che riveste il sistema calcio nel nostro Paese.