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VIOLENZA DOMESTICA: IL LEGAME TRA LA VITTIMA E IL PARTNER
Il termine domus ci fa pensare alle mura domestiche e cioè ad un luogo che racchiude i legami familiari, proteggendoli e favorendoli.
In effetti è difficile associare il concetto idealizzato di famiglia quale contesto protetto e fondamentale per lo sviluppo dell’individuo, a luogo in cui possono consumarsi atti di violenza e prevaricazione.
Eppure è proprio dal legame di profonda intimità tra la vittima ed il partner che può generarsi la violenza domestica, fenomeno sociale purtroppo estremamente diffuso che può manifestarsi sia in forme palesi come le aggressioni fisiche, gli abusi sessuali, gli atteggiamenti persecutori, le minacce e le umiliazioni, sia in forme altamente subdole, come le inadempienze economiche, le sottrazioni di denaro, la trascuratezza, la privazione di cure essenziali, lo sfruttamento, l’abbandono. Ed è un fenomeno che può manifestarsi in tutte le classi sociali, anche in quelle abbienti e culturalmente emancipate.
Un risvolto della violenza familiare che si manifesta come una delle conseguenze più rilevanti e poco conosciute è senza dubbio il c.d. numero oscuro e cioè l’impossibilità di quantificare con esattezza la portata numerica del fenomeno.
Cosa significa esattamente numero oscuro della violenza domestica? Ne sussistono essenzialmente due manifestazioni assai differenti l’una dall’altra.
Nella prima si assiste ad un grave e delicato problema di ordine psicologico, una sorta di sindrome della donna maltrattata che sviluppa la sensazione di non riuscire a gestire gli avvenimenti della propria vita che la rendono vittima, considerandoli come inevitabili e non dominabili, imparando a subirli e a non chiedere aiuto, vivendo la violenza quotidiana come qualcosa di ineluttabile.
Ciò comporta che, rispetto a quelli realmente accaduti, gli episodi di violenza denunciati dalle vittime all’autorità giudiziaria siano solo una minima parte.
E’ vero che nel nostro paese sono sempre più diffusi i centri anti-violenza per le donne che offrono sostegno psicologico e la possibilità di sottrarsi alla violenza rifugiandosi nelle case di accoglienza insieme ai figli, per non parlare delle linee telefoniche nazionali gratuite per la denuncia anonima delle violenze e dell’assistenza alle donne che la subiscono.
Ma questi servizi hanno il limite che si attivano solo se la vittima si libera dai propri condizionamenti e decide di denunciare la violenza subìta.
Quindi di fatto se non interviene un agente esterno, come i servizi sociali, a coadiuvare la vittima e a sostenerla psicologicamente, il rischio è che la denuncia non venga fatta. E ciò è gravissimo, anche per le ripercussioni che questo comportamento riversa nei confronti di tutta la famiglia, perché ad essere coinvolti dalla violenza oltre alla vittima diretta, vi sono spesso i figli della coppia, che assistono impotenti alla violenza subìta dalla madre, quand’anche non la subiscono direttamente.
L’altra manifestazione del fenomeno che contribuisce a generare il numero oscuro, totalmente diversa dalla precedente, ma comunque inquietante quanto singolare è quella di episodi di violenza mai accaduti, che vengono denunciati alle autorità giudiziarie e strumentalizzati nell’ambito delle procedure di separazione e divorzio altamente conflittuali.
E’ evidente che anche in questi casi si è di fronte ad un grave malessere psicologico oltre che culturale e ad una percezione errata del concetto di famiglia e dei ruoli, che porta a millantare violenze subìte, psicologiche e non, per ottenere un risultato a sé favorevole attraverso un vittimismo costruito, rendendo però così il compito degli operatori del diritto, già di per sé difficile nell’ambito del diritto di famiglia per la delicatezza ed importanza degli interessi in gioco, ancora più impegnativo nella ricostruzione delle esatte dinamiche familiari.
In entrambe le ipotesi dianzi accennate è evidente che ci si trova di fronte a genesi familiari complesse, in cui lo stile familiare violento, nelle parole e nei comportamenti, si riproduce da una generazione all’altra, inducendo nel partner una risposta che, violenta a sua volta o al contrario di sottomissione, esaspera in entrambi i casi la conflittualità.
La soluzione a questo grave problema o quanto meno il tentativo di essa è, come sempre soprattutto un lavoro di etica e di cultura che deve coinvolgere i diretti protagonisti, così come gli operatori sociali, sanitari e di diritto coinvolti per i loro rispettivi ruoli.
Partendo allora dalla considerazione che la famiglia come, come qualsiasi altro gruppo sociale, esprime al suo interno una parte di conflittualità insita in ogni tipo di relazione, occorre impegnarsi affinché questo senso di conflittualità rimanga fisiologico e dunque positivo e non scada in comportamenti violenti.
Il confronto, il colloquio, l’ascolto, sono alcuni dei metodi da suggerire e mettere in pratica per evitare la conflittualità patologica: una soluzione apparentemente semplice e banale, ma la più impegnativa perché impone il rispetto di sé e dell’altro